sabato 10 luglio 2010

69° Post - Conoscere e Riflettere - Seconda Parte.

Un saluto a chi mi legge e buona lettura.

  
Il dharma dell'Induismo - Raimon Panikkar
prima edizione BUR Alta Fedeltà - ottobre 2006

dal Capitolo 1.
Il periodo prevedico
(secoli XXX-XX circa a. C.)

continuazione del 68° Post. 
(Seconda Parte)

L'uomo è molto più di un animale e poco  meno di un Dio. Questa discrasia psicologica, che ci rende impossibile capire un "primitivo" reca con sè importanti conseguenze. Non solo problemi di ermeneutica filosofica e di comprensione storica si presentano allora pieni di difficoltà ma, ciò che è più grave, il nostro essere umano è privato di quanto ha di più profondo e anche di più universale e costante nel corso della sua peregrinazione terrena.
Per meglio dire, l'uomo "moderno civilizzato" tenta di commettere questo antropocidio che fu preceduto da un cosmicidio - senza però riuscirvi. In effetti l'uomo moderno occidentale ha perduto in gran parte il senso della sua nuda esistenza e, per sopravvivere, rimane costantemente attaccato alla sua coscienza cosciente, non "vive" altro che quando è sveglio, e non si crede "uomo" che quando pensa o vuole più o meno coscientemente, cioè pensando che pensa o osservandosi volere. La vita deve quindi essere "proposito", "progetto" e la preghiera (diciamo così) pensiero e volizione... Vorremmo sottolineare che abbiamo detto "moderno civilizzato" e non uomo occidentale - il quale ha radici molto più profonde e ancora molto più vive (7). L'uomo primordiale semplicemente si riconosce come uomo. Pur sapendosi uomo, però, non ha tagliato il cordone ombelicale che lo unisce alla terra e al cielo perchè non si conosce uomo in quanto diviso, il chè ne implica la segregazione dal resto dell'universo. Si sa humus, uomo che non è svincolato dalla terra nè dal cielo e sa di non essere monarca assoluto della creazione. Se per spiritualità s'intende il modo concreto in cui l'uomo realizza l'opera della sua salvezza, la sua pienezza, la spiritualità preistorica si identifica con la vita stessa dell'uomo tutta vissuta e considerata come un rito, come, cioè, un atto sacro nel quale l'umano e il divino collaborano per far sì che il cosmo realizzi il suo destino. 
La spiritualità è rito e il rito è la vita stessa. Tutto è azione rituale e, di conseguenza, non prendendo neanche in considerazione che esista una sfera profana, il rito stesso non si distingue dall'insieme di azioni ordinarie della vita quotidiana. L'uomo, vivendo, "fa", lavora, forgia la sua salvezza, perchè la vita altro non è che questo; il cammino verso la salvezza, l'opportunità per arrivare pienamente a essere. Non è che l'uomo debba fare molte cose nel suo cammino e tra queste porre in pratica i mezzi per salvarsi, non è che la religione sia una delle tante cose, anche se forse la più importante tra quelle che l'uomo deve realizzare, ma la vita stessa è questa realizzazione o non è nulla. La vita religiosa non ha vacanze nè pause, come non le ha il cuore. Non ci sono periodi di riposo (perchè non è un'azione accessoria) alla vita, al vivere, che logora e ha bisogno di riposarsi, ma è la dinamicità stessa dell'esistenza. 
L'adorazione, ovvero la consacrazione totale resa alla Divinità o alla Realtà, è considerata evidente e presupposto implicito di qualunque azione. Tutto è latria. Lentamente il cielo si separa dalla terra nella coscienza dell'uomo e poi comincia a salire al cielo lo spirito di Dio che galleggiava sulle acque. Ecco apparire ciò che in Occidente si chiamerà idolatria e le nuove forme religiose più o meno note. Faranno quindi la loro apparizione Dei più o meno personificati e in conflitto tra loro e con gli uomini. Anche senza gli epifenomeni che, noi definiamo civiltà, l'uomo preistorico è pienamente uomo e vive tutta la profondità abissale della sua esistenza.
Che non si creda che solo noi siamo veramente uomini perchè consideriamo sostanziale ciò che risulta essere una perfezione accidentale della peregrinazione terrestre. E' significativo osservare che lo stesso uomo "rinascimentale" e "umanista" che si scandalizzava perchè l'umanità aveva creduto fino ad allora che la terra fosse il centro dell'universo, era convinto che il suo "tipo" umano incarnasse l'essenza stessa dell'uomo ed era incline a escludere dall'umanità coloro che non erano o non erano stati "umanisti".Ciò che l'uomo attuale (figlio dei secoli appena trascorsi) definisce angosce depressive e sentimenti essenziali laceranti che lo fanno soffrire perchè lo sconnettono dalla società e da tutte le sovrastrutture animiche, lasciandolo paurosamente nudo, è forse un retaggio (salvifico) dell'umanità che si oppone a farsi ingoiare dalla vita umana "civilizzata" o, ancor peggio tecnologizzata.
Ciò non significa che non vi siano state le aberrazioni che sono presenti in tutti i tempi. Parliamo dell'uomo preistorico e non di probabili preominidi appartenenti più al regno animale che a quello umano - senza addentrarci in disquisizioni sulle teorie dell'evoluzione (8). Comunque stiano le cose, è certo che la spiritualità del periodo prevedico rivela nell'insieme, una profondità umana e una dimensione tellurica che emergerà poi nella spiritualità hindu propriamente detta.

Qui termina la mia trascrizione e nel ringraziare l'Autore, auguro e mi auguro che quanto riferitoci possa servire a "fruttuose" riflessioni e considerazioni, per una sempre migliore comprensione della nostra "esperienza umana".

Cordialmente
Sopangi.

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